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Intervista a Monsignor Biagini, Vicario Giudiziale del Tribunale ecclesiastico (Firenze)
I dati più recenti, diffusi dai media, rivelano che un matrimonio concordatario su cinque finisce davanti alla Sacra Rota: 8.400 richieste solo nel 2009, quasi 6.000 le dichiarazioni di nullità. Sempre in gennaio, sul tema è salito alla ribalta della cronaca il monito di Papa Benedetto XVI, rivolto nell'annuale discorso al Tribunale della Rota Romana, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. Il Pontefice ha richiamato la necessità di «un’efficace azione pastorale volta alla prevenzione delle nullità matrimoniali. Bisogna adoperarsi - ha detto - affinché s'interrompa il circolo vizioso che spesso si verifica tra un'ammissione scontata al matrimonio, senza un'adeguata preparazione e un esame serio dei requisiti previsti per la sua celebrazione, e una dichiarazione giudiziaria talvolta altrettanto facile, ma di segno inverso, in cui lo stesso matrimonio viene considerato nullo solamente in base alla constatazione del suo fallimento». Auspicando, inoltre, che «l'operato dei tribunali ecclesiastici trasmetta un messaggio univoco circa ciò che è essenziale nel matrimonio, in sintonia con il Magistero e la legge canonica», per non esporsi al rischio di interpretazioni soggettive e arbitrarie.
Sul tema, sempre più attuale, Vita Nova ha intervistato monsignor Gino Biagini, sacerdote pisano, dal 2004 Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Etrusco di Firenze, sede di prima istanza per le arcidiocesi e diocesi toscane.



Come commenta la preoccupazione espressa dal Papa sull'aumento dei matrimoni dichiarati nulli?

Certamente il Santo Padre esprime una preoccupazione fondata. Negli ultimi anni si è registrato un aumento delle richieste di riconoscimento di nullità di matrimoni celebrati secondo il rito della Chiesa cattolica. Seppure tale aumento non sia uniforme a livello nazionale, in generale si può senz'altro dire che è aumentato il ricorso ai tribunali ecclesiastici. Anche per l'accresciuta informazione intorno al loro operato, la maggiore sensibilità delle persone su questi temi, i costi accessibili delle cause (è previsto anche il patrocinio gratuito in caso di gravi difficoltà economiche), la possibilità di richiedere l'assistenza di un avvocato "stabile" presso il tribunale, e l'iter che può essere relativamente breve - circa due anni - per i due gradi di giudizio previsti.

Quali sono i motivi ricorrenti che spingono a rivolgersi alla giustizia ecclesiastica?

Le motivazioni ricorrenti alla base delle istanze di nullità de matrimonio sono almeno tre: (1) la questione di coscienza - uno o entrambi i coniugi vogliono restaurare per sé una condizioni di libertà interiore dal vincolo, se hanno un fondato sospetto che il loro consenso matrimoniale sia stato viziato da un "capo di nullità"; (2) il desiderio di risposarsi in forma religiosa - volendo dare stabilità, anche verso la Chiesa, al nuovo legame; (3) l'esigenza di potersi riaccostare ai sacramenti in particolare all'Eucarestia (per esempio, coloro che - dopo aver contratto il matrimonio religioso, si sono divorziati, ed in seguito risposatisi civilmente - hanno il problema dell'ammissione ai sacramenti della riconciliazione e della comunione).

Quali sono le principali cause di dichiarazione di nullità?

Il diritto canonico enumera 20 fattispecie di "capi di nullità" invocabili (12 impedimenti dirimenti e 8 vizi del consenso). Quelli maggiormente ricorrenti sono: esclusione dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale, esclusione della prole, incapacità per anomalie psichiche o della personalità. Nel nostro Tribunale ecclesiastico regionale etrusco, quale sede di prima istanza per le arcidiocesi e diocesi toscane, il dato è costante negli anni: l'esclusione del bene della prole è al primo posto, l'esclusione della indissolubilità del vincolo matrimoniale al secondo; seguono a breve distanza, l'incapacità a contrarre matrimonio per grave "difetto di discrezione di giudizio" e l'incapacità ad assumere gli oneri essenziali del patto coniugale per cause di natura psichica. Invece, nei tribunali ecclesiastici regionali Piceno e Umbro (Marche e Umbria), di cui siamo sede di seconda istanza, le cause di nullità prevalenti sono "difetto di discrezione di giudizio" e "incapacità ad assumere oneri matrimoniali". Classifiche a parte, il principio di base è: tutto ciò che, da parte di una persona mossa dal suo arbitrio, va a colpire gli elementi essenziali del matrimonio cristiano lo rende nullo, ossia non rispondente alla concezione del patto coniugale derivante dalla stessa rivelazione divina, accolta e proposta sempre dalla Chiesa. Concezione che si fonda sul bene reciproco (bonum coniugum) dei coniugi e sulla procreazione ed educazione della prole (bonum prolis). Fine unitivo e fine procreativo del matrimonio: apertura al dono reciproco e apertura alla vita, da parte dei coniugi quali cooperatori del progetto di Dio.

Dunque, come ha ricordato il Papa, la constatazione del fallimento dell'unione non basta per dichiararne l'annullamento...

Certamente no! Ad una coppia in crisi non necessariamente consiglierei di rivolgersi subito al tribunale ecclesiastico, ma piuttosto di farsi aiutare: nelle nostre diocesi, per esempio, è disponibile un servizio di consulenza matrimoniale gratuito, con il concorso di sacerdoti e di operatori qualificati; consultori familiari e psicologi della coppia sono altri riferimenti di supporto. Il fallimento dell'unione coniugale, vale ripeterlo, non significa che il matrimonio sia "nullo", ma può essere determinato da eventi successivi imputabili alle responsabilità personali di uno o di entrambi i coniugi. Ma, se ritenendo che il consenso matrimoniale sia "viziato" da un probabile capo di nullità e si decide dunque di ricorrere al tribunale ecclesiastico, si sappia che - prima di istruire il processo - il giudice ecclesiastico incaricato è tenuto a verificare prima di tutto se vi siano ancora possibilità di riconciliazione. E, anche in ipotesi di matrimonio considerabile nullo, non si dovrebbe escludere mai la possibilità di "sanarlo" o di "convalidarlo" come previsto dall'ordinamento canonico. Aggiungo però, sulla base della mia pluriennale esperienza al tribunale ecclesiastico, che purtroppo sono rarissimi i casi di unioni coniugali riconciliate o sanate: la stragrande maggioranza dei richiedenti ha già affrontato il percorso di separazione/divorzio.

Come evitare il rischio di interpretazioni arbitrarie e soggettive paventato dal Papa?

Occorre non perdere mai di vista la "verità" del matrimonio. Il Papa ha ribadito con chiarezza la necessità di "un serio impegno perché le pronunce giudiziarie rispecchino la verità sul matrimonio, la stessa che deve illuminare il momento dell'ammissione alle nozze". In particolare, circa l'esclusione del bonum coniugum - ovvero quel bene che si realizza tra gli sposi con lo scambio del dono reciproco della propria volontà e della propria vita - il Pontefice ravvisa il pericolo di cercare dei motivi di nullità nei comportamenti che non riguardano la costituzione del vincolo coniugale, bensì la sua realizzazione nella vita. "Bisogna resistere alla tentazione - ha ribadito Benedetto XVI - di trasformare le semplici mancanze degli sposi nella loro esistenza coniugale in difetti di consenso". Dunque, bisogna evitare di scadere in tendenze che mirano ad "utilizzare" il sistema giuridico della Chiesa per rispondere ai bisogni di persone che vogliono tornare a sentirsi “libere” dopo un matrimonio fallito, magari in vista di una nuova relazione da regolarizzare. Pronunciarsi sulla validità o meno di una unione matrimoniale è un atto di giustizia "oggettiva", non solo una risposta ad un desiderio o ad un bisogno umano soggettivo. Nell'ordinamento canonico c'è "la presunzione della validità" del matrimonio regolarmente contratto fino a prova contraria (canone 1060 del Codice di diritto canonico): chi si rivolge al tribunale ecclesiastico ha l'onere di provare e dimostrare che non è valido. Il diritto della Chiesa sostiene il matrimonio, non lo mette alla mercé di un puro soggettivismo. La preoccupazione seria del Papa, già espressa più volte in passato, deve trovare molta attenzione tra gli operatori della giustizia nella Chiesa per non svalutare l'aspetto giuridico del matrimonio, che è costitutivo - non accessorio - dello stesso rapporto nuziale. Sempre ricordando che "L'uomo non separi quello che Dio ha unito", come ammonisce la Sacra Scrittura.
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